Pensieri Sparsi #1
Due gemelle, un ponte, le spalle pesanti.
Due gemelle
Alice e Ellen Kessler, le gemelle con le gambe più lunghe della storia della televisione italiana, sono morte ormai due settimane fa e ho atteso invano che si recuperasse la notizia come spunto per parlare davvero di suicidio assistito. Le due donne, proprio perché una sentenza della Corte costituzionale tedesca l’ha reso possibile, hanno di comune accordo scelto una data per il loro decesso e sono state accompagnate dalla Deutsche Gesellschaft für Humanes Sterben (Dghs), una delle associazioni berlinesi che si occupa di assistenza al morire. Ne parlavano da mesi, erano membri dell’associazione da anni. Era nel loro diritto, era la loro scelta, l’hanno messa in atto senza inutili polemiche, battaglie crudeli e senza dover chiedere ad altri il permesso sulla propria vita. Ci auguriamo che in Italia qualcuno si svegli presto. Una parte di me spera ancora che la scelta delle due sorelle possa farsi simbolo, che proprio la loro presenza nell’immaginario collettivo di così tante persone - e di almeno tre generazioni diverse - abbatta quel muro di disattenzione e di distanza tra l’uomo della strada e il dibattito sul fine vita. Un’altra parte di me prega che vengano lasciate in pace, che il loro ricordo resti quel gioiellino in bianco e nero di lustrini e varietà da teche Rai, e alle donne che erano, fuori dall’immagine pubblica, sia data tregua e eterna serenità.
Un ponte
Antonio Tajani, in una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche, ha detto ai giornalisti che il ponte sullo Stretto potrebbe essere un’ottima risorsa in caso di necessità di evacuazione. Di fronte a un “attacco da sud” garantirebbe la sicurezza. Da sud. Tipo da dove? Da chi? E poi in caso di attacco secondo Tajani il ponte resta in piedi? L’ha mai visto Tajani un film di guerra? Io mi chiedo ogni santissimo giorno chi diamine abbiamo messo a governare questo paese. Farebbe ridere se non facessere già bestemmiare in turco ottomano.
Le spalle pesanti
Tutti quelli con cui parlo sono stanchi di una stanchezza inesorabile, inscalfibile, nessuno può fermarsi, nessuno può ignorare le scadenze, nessuno può permettersi di stare fermo sul divano per un tempo ragionevolmente costruttivo. La cosa peggiore è che confondiamo lo svago col riposo: l’unico momento in cui “stacchiamo” dal lavoro è quando facciamo cose che ci gratificano, divertono, appassionano. Ma anche quello richiede un investimento di energie che ci erode pian piano. Non ho una soluzione, ho solo un calendario di trasferte preoccupante. Come fate voi?









Da più di un mese sto in cassa integrazione al 50%. E' doloroso da un punto di vista economico ma, dopo i primi giorni di spaesamento, rinfrancante dal lato stanchezza. Stanchezza che a me sembra di avere addosso da sempre, pesante come un cappotto di lana spigata in piena estate. Vengo da una provincia dove l'etica del lavoro e del dovere te la mettono nel biberon con il latte, guai a poltrire! Ora il mio weekend comincia alle 12 del mercoledì. E quindi posso concedermi di non fare nulla per giorni interi, proprio stare a letto e guardare vecchi film e mangiare gli scatolini di purea di mele, oppure di fare la Marie Kondo pazza e sistemare le scarpe in garage, oppure ancora andare a giocare a carte con mio padre. E' un tempo dilatato, dove ogni cosa può essere fatta a un ritmo più lento. Non ho soldi per prendere un aereo ma posso camminare da sola in montagna, dove in settimana si incontrano solo comitive di atletici over 70 che mi chiamano signorina e a me, sta cosa, fa meglio di un timbro sul passaporto. E meno cose faccio, meglio mi sento.
Vivo e lavoro come infermiera in Olanda da ormai 7 anni e una delle cose per cui ringrazio ogni giorno è proprio il modo in cui si approcciano al fine vita. L'eutanasia è una cosa molto complessa anche qui, vi sono mille passaggi da attraversare per potervi accedere (giustamente). Però ogni volta che si accede ad un ospedale si firmano dei moduli con delle scelte che devono tassativamente essere rispettate dal personale medico (rianimazione, ventilazione, addirittura l'uso di antibiotici).
Una legge sul fine vita non significa che chiunque possa svegliarsi un mattino e decidere di andare in un ospedale qualunque e chiedere un'iniezione letale, ma significa restituire dignità alla morte, a chi muore e a chi con essa lavora